DOCUMENTO DELL’OSSERVATORIO REGIONALE DELLA CAMPANIA SULLE CONDIZIONI DELLE PERSONE PRIVATE DELLA LIBERTA’ PERSONALE.
“CIRCOLARI DEL DIPARTIMENTO DELL’ AMMINISTRAZIONE PENITENZIARIA: L’INVERNO STA ARRIVANDO IN CARCERE!”
Nel mese di ottobre le carceri italiane sono state interessate dalla diramazione di due direttive, una a firma del Capo del Dipartimento di Amministrazione Penitenziaria, l’altra a firma del Direttore Generale dei Detenuti e del Trattamento.
Intervenendo in materie diverse, è possibile rinvenire il tratto comune ai due provvedimenti nella subordinazione di qualsivoglia esigenza trattamentale e di cura delle persone detenute a presunte, astratte e non circostanziate esigenze di sicurezza.
In apparente e imbarazzante contraddizione con le circolari che negli ultimi anni hanno sostanzialmente attribuito al mondo dell’associazionismo e del volontariato il ruolo di ultimo baluardo di ogni residuale velleità di indirizzamento della pena detentiva verso scopi trattamentali – trattenendo all’amministrazione, in via sempre più esclusiva, la sola funzione custodiale – la nota del Direttore Generale dei Detenuti e del Trattamento Ernesto Napolillo ha avocato a sé ogni considerazione sull’opportunità o meno di svolgere attività trattamentali in istituti in cui siano presenti circuiti di alta sicurezza.
Si tratta di una scelta che preoccupa molto lo scrivente Osservatorio, consapevole della necessità di moltiplicare le occasioni di contatto tra la popolazione detenuta e la società libera, e non al contrario di costringerle in autoritari imbuti burocratici, esautorando peraltro coloro il cui ruolo – per legge, per ragioni funzionali e di prossimità – è proprio quello di adeguare i percorsi trattamentali alle esigenze individuali di ciascuna persona detenuta: il direttore d’istituto e il magistrato di sorveglianza. Questi ultimi, stando a questa incredibile e rivedibile scelta accentratrice dell’attuale Direzione Amministrativa Centrale, dovranno chiedere al Ministero l’autorizzazione allo svolgimento di qualsivoglia attività trattamentale, nel nome di un’imprecisata esigenza di sicurezza che, in Campania, riguarderà – e già riverbera le proprie conseguenze in – metà degli istituti della regione, nonché proprio in quelli in cui si concentra il maggior numero di persone detenute.
La Direzione Generale dei Detenuti e del Trattamento appare in ciò particolarmente e preoccupantemente disattenta alle conseguenze che questa scellerata scelta potrebbe avere anche nell’aumento del già tragico bilancio dei suicidi negli istituti di pena, di cui sono concause conclamate proprio la carenza di occasioni di contatto con l’esterno e l’ozio forzato nel quale le persone detenute sono costrette per la quasi totalità del tempo trascorso in cella.
Analogamente, l’Osservatorio esprime profonda preoccupazione e allarme per la recente direttiva del Capo del Dipartimento Stefano Carmine De Michele; quest’ultima, nel nome delle ossessivamente richiamate esigenze di sicurezza e di tutela del personale di Polizia Penitenziaria negli istituti detentivi, finisce, da un lato, per ignorare i limiti degli stessi poteri del Ministero della Giustizia rispetto a funzioni che da quasi due decenni sono attribuite ad altri enti, e dall’altro, per attribuire al comparto civile che opera negli istituti penitenziari attraverso educatori, medici, operatori sanitari, psicologi, mediatori e funzionari amministrativi, un ruolo di mero supporto all’operato del comparto di Polizia Penitenziaria.
Non solo la direttiva in oggetto attribuisce una connotazione evidentemente negativa alla “rivendicazione” di diritti fondamentali da parte della popolazione detenuta, quasi dimenticando la condizione di diffusa illegalità in cui la stessa è costretta, come si evince plasticamente dai dati sul sovraffollamento e dal crescente numero di accoglimenti delle istanze di indennizzo per condizioni di detenzione inumane e degradanti; la nota del DAP, indirizzata ai Provveditorati regionali e ai Direttori degli istituti, pretende persino di incidere sulle traduzioni delle persone detenute in ospedale, richiedendo ai medici un maggior rigore nelle diagnosi, al fine di scongiurare un presunto “pendolarismo ospedaliero” nei casi in cui non vi sarebbe un imminente pericolo di vita, che finirebbe per impegnare troppo il già sovraccarico corpo di Polizia Penitenziaria.
Sfugge probabilmente al Capo del DAP, che le morti negli istituti penitenziari italiani per cause diverse dal suicidio ammontano a 155 nel 2024, e a 135 nell’anno ancora in corso;
sfugge probabilmente la circostanza che i medici negli istituti penitenziari non sono più, per fortuna, alle dipendenze dell’amministrazione penitenziaria, ma del Servizio Sanitario Nazionale sin dal 2008;
sfugge probabilmente che le traduzioni in ospedale costituiscono un nervo scoperto dell’amministrazione proprio perché questa non è in grado di garantire il diritto delle persone detenute alle prestazioni sanitarie che devono necessariamente svolgersi in strutture ospedaliere, generando gravi ritardi nelle diagnosi e nelle cure di cui hanno bisogno ed alle quali dovrebbero poter accedere come qualsiasi altro individuo libero: a titolo puramente esemplificativo, in Campania, nei soli istituti di Napoli Poggioreale e Secondigliano, in soli cinque giorni della scorsa settimana, sono saltate 54 traduzioni in ospedale per ragioni organizzative dei servizi di traduzione, con conseguente violazione del diritto alle prestazioni sanitarie per altrettante persone detenute.
Consapevoli e fiduciosi del fatto che i medici che operano negli istituti penitenziari non si atterranno ad una direttiva il cui fondamento poggia su presunte esigenze di sicurezza piuttosto che su esigenze di carattere sanitario, desta al contempo profondo allarme il messaggio trasmesso dal vertice dell’amministrazione penitenziaria ai propri dipartimenti territoriali, che hanno anche il ruolo istituzionale dell’organizzazione e della destinazione del personale ai nuclei di traduzione che si occupano dei trasferimenti in ospedale. Il messaggio è chiaro: l’efficientamento dell’accompagnamento delle persone detenute in ospedale non è affatto prioritario rispetto ad esigenze di sicurezza e al preminente ruolo custodiale del corpo di Polizia Penitenziaria.
Non ultimo, la direttiva in oggetto esprime l’esigenza di funzionalizzare tutti i comparti che prestano servizio negli istituti penitenziari al supporto dell’attività di polizia nel governo delle sezioni detentive; dimentico delle diverse funzioni che l’area educativa e amministrativa sono chiamate a svolgere nell’attribuzione di uno scopo risocializzante alla pena detentiva, la direttiva richiama all’ordine e all’efficienza tutti i comparti civili che operano nelle carceri, persino giungendo ad imporre una condivisione col corpo di Polizia Penitenziaria delle informazioni che riguardano percorsi trattamentali e terapie sanitarie, in un riordino di competenze nell’ambito del quale quella custodiale assume carattere centrale e preminente. Il Capo del DAP pare trascurare la circostanza che, a fronte dello scopo risocializzante della pena previsto dalla Costituzione, i numeri del personale che opera negli istituti penitenziari risultano già fortemente ed indebitamente sbilanciati in favore del corpo di Polizia Penitenziaria, vedendo ad esempio in Campania la presenza di un solo educatore ogni 74,6 persone detenute, contro un agente di polizia ogni 2,08 persone detenute.
In tal senso, l’Osservatorio condivide pienamente le rivendicazioni di autonomia della funzione e di riconoscimento delle difficoltà di organico e di strumenti, recentemente espresse dai Funzionari Giudico Pedagogici e dai Funzionari Contabili rispetto alla direttiva in oggetto; rivendicazioni che sono fondamentali per evitare il ritorno ad una concezione della pena detentiva che abbia come scopo esclusivo quello custodiale.
L’inverno sta arrivando, e ci auguriamo che porti miglior consiglio ai vertici dell’amministrazione penitenziaria, perché ce n’è davvero bisogno.
Prof. Samuele Ciambriello, Garante Campano delle persone private della libertà personale
Alessandro Gargiulo, Elena Cimmino, Paolo Conte, Mena Minafra, Anna Malinconico, Valentina Ilardi, Maria Rosaria Cardenuto, Giuliana Trara, Membri dell’Osservatorio Regionale della Campania sulle condizioni delle persone private della libertà personale